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di Padus

Cucina di valle

Bisogna tener presente che nel casone non ci sono donne e che perciò i vallesani devono provvedere da soli alla preparazione del cibo, senza dover per questo "perder le ore dietro alla pignatta"; un po' come succede sulle barche da pesca, insomma, per cui il pesce è un piatto che viene riservato alla sera, quando il cuciniere di turno ha più tempo per prepararlo. Ecco che invece, per il mezzogiorno, sono in uso piatti di lunga cottura, che vanno avanti da soli, "messi su" presto la mattina e pronti per l'ora di pranzo, fumanti e cotti al punto giusto.
Per il riso e fagioli alla vallesana si usano piccoli baccelli marroni che nel Delta chiamano "dall'olio", di produzione locale; messi a bagno la sera prima e in pentola la mattina con abbondante acqua e odori, vanno poi lasciati cuocere a fuoco lentissimo, con l'aggiunta del riso mezz'ora prima della cottura; versata nelle fondine, questa minestra liquidotta fa una pellicola spessa e vellutata di colore rosato, cremosa e appetitosa anche a vedersi.
Lontano com'è in genere dall'abitato, il casone è sempre fornito di un piccolo orto: prezzemolo, sedano, aglio, cipolle, salvia e rosmarino non mancano mai, e neanche il radicchio dalla foglia lunghetta e pelosa, squisito da solo, ma eccellente e più dolce se mescolato alla cipolla tagliata sottile e ai fagioli e condito con sale, olio, pepe e abbondante aceto; non manca mai la polenta tagliata a fette e abbrustolita sulla graticola.
Ci sono poi le verdure di stagione, come a primavera le asparagelle di valle, raccolte al primo apparire, e le castraùre. Buonissime le castraùre! Uniche, e piatto fine; vendute a caro prezzo sul mercato, in un boccone vanno via cinquemila lire; ma in valle non costano niente e ce ne sono tantissime, se la stagione è buona. Sono queste il primo frutto del carciofo, pianta che nel Delta cresce benissimo e che nelle valli viene coltivata negli spazi di terra più larghi, tra un canale e l'altro: piccole come le pigne nuove dei larici, sono tenere e dolci, cotte in padella con olio, sale, pepe, prezzemolo e un po' di burro, e appena coperte d'acqua.
Il pesce: di tutti il più tipico è naturalmente l'anguilla; è affascinante la rapidità con la quale i vallesani sanno prepararla: per la cottura intendo, perché non si lascia uccidere facilmente, data la sua viscosità e le contrazioni che si protraggono a lungo. Il bisato marin, chiamato pasciuto a Comacchio più magro, finisce aperto per lungo, sperato, privato della lisca e fatto a pezzi: infarinato e fritto, diventa leggero e croccante come un biscottino da tè, una vera squisitezza; il bisato femenale o anguilla, invece, più grasso, va bene aperto per lungo, cotto nella sua pelle sulle braci, in graticola: spennelato di continuo con una penna di airone cinerino imbevuta d'olio, viene disteso per lungo, un'anguilla in fila all'altra, come per gli altri pesci. Oppure, cotta in umido; tipico di Comacchio è il "brodetto all'aceto": le anguille, non troppo grosse, vanno tagliate in circa otto pezzi facendo attenzione che, ognuno resti attaccato all'altro per un lembo di pelle lungo la schiena. La cottura sarà ultimata quando i pezzi si saranno staccati da soli, pronti da accompagnare alla polenta. Un altro "brodetto" comacchiese è quello "con le verze", che, secondo gli intenditori, "non carica lo stomaco".
Un altro piatto tipico, usato soprattutto negli anni passati, è il macadélo (da macà, ammaccato); servivano per questo le anguille femenali di piccola dimensione (o buratele), sette-otto per chilo: tagliata la testa, venivano battute con un pestello di legno in modo da schiacciarne la spina e poi arrostite sulla griglia.
Tipicamente veneto è invece il saòr di sardelle o di passere; quest'ultimo pesce è il simbolo di Comacchio, al quale viene però preferito in cucina il cefalo, più gustoso quando viene pescato in fraìma, catturato nel lavorieri o preso di sfroso dai "fiocinini" che abilissimi solcano i laghi di valle con lo scuro di luna; per inseguirli, le guardie si servono di una barca molto veloce, stretta e lunga, chiamata el vulicepi. La morte ideale del cefalo è in graticola, ma è gustoso anche bollito, per quanto molto meno buono, se cotto in questo modo, della spigola.
A proposito del pescato, è curioso il sistema con il quale viene venduto al mercato, si tratti di quello di Comacchio, di Porto Garibaldi, di Goro o di Pila: messo all'asta dal banditore, che esibisce di volta in volta le varie casse di pesce, viene aggiudicato con cenni del capo dagli acquirenti che assistono, muti, dalle gradinate circostanti.
Un'altra vera golosità di valle è il risotto con i bìbari' (specie di vongole veraci di laguna), non inferiore al risotto con l'anguilla di Comacchio. Schile e gamberetti sono di stagione, presi con la volega o (àvoga) vicino ai graticci dei "traghettí". Davanti alle vegnùe e cotti dopo cinque minuti; o la frittura di anguèle o (acquadelle). E piatto tipico sono le molèche: questo granchio, che è ottimo anche quando è pieno di uova ("corallo") e viene allora chiamato masanéta (bollito e condito con olio, sale, pepe, aglio e prezzemolo), in primavera cambia la corazza e diventa tenero; prima di cuocerlo, i vallesani lo mettono in un catino dove c'è un pasto di uova battute: golosa di questo, la moléca lo divora velocemente diventando così... moléca ripiena: infarinata e fritta segue il suo destino, delizia di chi la mangia.
E gli uccelli? Troppo lavoro darebbero, in valle, le ricercate marinature con vino e aromi: spennate e cotte appena abbattute, le anatre selvatiche seguono più o meno la sorte dei conigli, arroste in pentola o nell'onnipresente graticola. Ma un cenno particolare merita la folaga, normalmente considerata uccello sgradevole per l'aspro sapore di pesce e di salmastro della sua carne scura, tanto che la Chiesa permetteva di mangiarla anche nei giorni di magro. Considerata per di più anche coriacea, la folaga offre invece con la carne dei petti tagliata a fettucce, un ottimo risotto, mentre opportunamente spellata e trattata, è eccellente anche in umido.
Che dire del vino? Vino bianco, in Polesine, ma di Bosco nel Ferrarese, nero come l'inchiostro, "del colore vischioso del rubino sangue di piccione", come dice Serantini, e che sa del salso e del tamericio sabbionelle della Bassa. E poi... l'inconfondibile sapore di valle, che rende questi piatti più gustosi e, soprattutto, inimitabli appena fuori del casone.

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