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di Padus

Alla sera e nei meriggi festivi, i ragazzini frequentavano il bàgolo, una sala dì ritrovo inserita spesso in una casa privata, ove potevano giocare a tombola, mercante in fiera, sette e mezzo e consumare bagigi (arachidi), brustline (semi di zucca), lupini, gazosa e sciroppo di tamarindo. I giovanotti andavano a morosa o si divertivano a organizzare scontri e battute contro i rivali dei paesi vicini che venivano ad invadere il loro territorio. Clienti dell'osteria erano invece gli uomini sposati e quelli che, avendo già fatto il servizio militare, si qualificavano come "grandi".

Ogni osteria aveva la sua clientela: quelle vicine al fiume erano frequentate quasi sempre da mugnai, quelle dei centri abitati da mediatori e negozianti, quelle lungo le strade o nelle borgate, da carrettieri, contadini, fornaciai o altri di passaggio.

Qualcuna era anche sede di cooperative e si connotava politicamente per simpatie socialiste, secondo una tradizione assai radicata in Polesine. Larga era stata infatti la partecipazione allo sciopero dei bracciantato agricolo "La Boje" del 1884 e a quelli successivi; e ampi consensi avevano suscitato Badaloni e Matteotti.

Giovanni, il mio interlocutore sul tema dell'osteria, ricorda quella di suo padre dove di tanto in tanto si accendevano risse di natura politica. I contendenti bevevano e si azzuffavano. L'insegna posta davanti all'osteria: una boccia di vetro col lume ad olio, era la prima ad essere presa di mira e non era infrequente che qualcuno, alla fine, dovesse ricorrere alle cure del medico condotto.

Però poteva anche accadere che, sulla violenza propria della lotta politica, prevalesse la consapevolezza di appartenere alla stessa comunità e scattasse un senso di solidarietà reciproca.

Racconta Giovanni: "Nell'epoca tra le due guerre, la gioventù del paese doveva partecipare alla esercitazione "premilitare" del sabato pomeriggio e i locali pubblici avevano l'obbligo di esporre la bandiera tricolore nei giorni di festa nazionale. Uno di questi giorni, mia madre prese inavvertitamente da un cassetto e pose sul balcone la bandiera rossa che era rimasta nascosta dal tempo della "Lega". I primi compaesani di passaggio, vista la stranezza, entrarono in osteria e ci chiesero se eravamo impazziti. Non ti dico la paura che ci prese in famiglia; già ci vedevamo tutti al confino. L'incidente fu invece messo a tacere proprio per l'intervento di alcuni autorevoli personaggi del paese che privilegiarono il senso di rispetto e di amicizia verso mio padre, piuttosto che la faziosa rivalsa politica".

L'osteria era soprattutto luogo di evasione, di incontro tra persone per combinare affari o anche semplicemente per stare in compagnia.

I locali dell'osteria erano: la sala mescita, la cantina, la cucina e il salone. Nella sala mescita c'erano il banco, lo scaffale a muro, qualche tavolo, le sedie. Sul banco facevano bella mostra i boccali bianchi di terracotta per servire i clienti e le misure in vetro da litro, mezzo litro, ecc., qualche bicchiere e la botticella in legno dell'amaro, con la spina.
Sotto il banco, assieme ai fiaschi di vino più richiesto, l'oste teneva il vermouth e il marsala.
Sullo scaffale c'erano il sifon (seltz), le gazose, le birre e tanti sciroppi: alla menta, al tamarindo, alla fragola, alla ciliegia, all'uva spina; inoltre, i liquori di più largo consumo: anice, grappa, cognac, strega.

In un angolo dello scaffale, un vaso di vetro scuro conteneva mandulun, paste dal sapore forte e acre, dolcificate con melassa, un altro vaso era pieno di biscotti bianchi lunghi, rettangolari, col bordo seghettato, dolcificati con zucchero, ma più costosi.

Sul tavolo, vicino all'entrata, era disponibile un giornale del giorno prima, Il Gazzettino, molto richiesto per la puntata dell'ultimo romanzo di Carolina Invernizio Quinterno. Puntata che veniva letta a voce alta da "chi sapeva di penna" per un pubblico che ascoltava in religioso silenzio. La cantina conteneva botti, fiasche, imbuti, la gomma per travasare, la candela per dar luce e tante ragnatele. Era questo un locale sempre severamente vietato agli estranei, il "sancta sanctorum" ove l'oste compiva le più delicate e sofisticate operazioni di taglio e di recupero dei suoi vini. Era situato dietro la sala mescita o, più raramente, in una attigua vecchia casamatta.

Il vino Raboso veniva da Agna, il Trebbiano dai Colli Euganei, il Clinto da Guarda Veneta; la grappa portava l'etichetta dei Fratelli Santi di Adria. Da Adria veniva anche la forma di ghiaccio che nelle calde domeniche d'estate serviva per preparare le granite o il gelato.

La cucina era la stessa che serviva per la famiglia ed eventuali clienti e che, per la bisogna, era più spaziosa e meglio dotata di suppellettili. Giovanni ricorda la nonna Elistea Zerbini, detta Carulina, e il nonno Bortolo quando rimestavano per preparare i modesti menù d'epoca. Il venerdì: baccalà nelle varie versioni, in umido, alla vicentina, arrosto; il mercoledì: trippa in brodo o salame lessato; il sabato: biguli con sardele e fegato alla veneziana; negli altri giorni: minestrone di fagioli, aringhe e mortadella. "Veniva molta gente a mangiare - continua - anche da fuori paese -. E aggiunge con evidente compiacimento: - Quando don Egidio e don Romano officiarono la loro prima messa, fu mio padre a sovraintendere ai rispettivi pranzi di ordinazione sacerdotale". Il salone, a sé stante o in continuazione della sala mescita, era il luogo per i clienti. Durante la giornata qualcuno si fermava per dissetarsi o per leggere il giornale, qualche altro per ammazzare il tempo, chiacchierando con chiunque capitasse a tiro.

La sera l'osteria si animava; si giocava a carte: briscola, tresette, scopa, mandrasso, bestia, ... Un gran fumo di sigaro toscano o di trinciato forte, fumato nella pipa di terracotta e conservato nella borsa di pelle di capra per mantenerlo morbido, invadeva il locale. Lussiano, ogni due boccate di fumo schizzava uno sputo per terra, suscitando le inutili proteste di Dosolina che, poveretta, il mattino successivo doveva pulire il pavimento. Altri masticavano pezzi di sigaro o involtini di trinciato; Dele raccoglieva la cenere di pipa per metterla attorno alle piante di rosa e, di tanto in tanto, annusava macuba, prelevandolo dalla scatolina di tartaruga. Qualche osteria disponeva anche di un teatro per rappresentare commedie, ospitare compagnie di burattinai e organizzare feste da ballo. Con la bella stagione tutti erano attorno al gioco delle bocce. C'erano i tornei, si formavano le squadre, scegliendo il puntarolo ed il buon tiratore di bota o di roman. Di lontano si sentivano le grida dei giocatori ed il clamore del pubblico che commentava l'andamento del gioco e incitava i propri beniamini.

Al sabato ed alla domenica c'era grande animazione; uno spettacolo da non perdere era il gioco della morra, proibito ufficialmente, ma praticato ovunque. Ogni partita 16 punti, e la posta di due partite: un litro di vino e gran urla. Si riconoscevano le voci: quella grossa e roca di Urbano, quella col timbro nasale di Battista, quella cantilenante di Bepe. Orfeo urlava più di tutti: "Tre!. Sette!. Sei! ... ". Il gioco si impennava, si pestavano i pugni sul tavolo perché qualcuno imbrogliava. L'arbitro contava i punti con le dita e segnalava la fine della partita battendo le palme sul bordo del tavolo. Spesso venivano giocatori da altri paesi, c'erano sfide importanti che duravano fino a tarda sera. Poi, i più dotati cantavano romanze delle opere più conosciute: Traviata, Rigoletto, Forza del Destino e Trovatore. Ruggero e Galliano avevano voce tenorile: era un piacere ascoltarli quando attaccavano "Torna mio caro ideal". Nelle domeniche d'estate si ballava: c'era l'orchestra con alla batteria Ortensia, una giovane e graziosa ragazza che cantava: Mia bella Siabarita ti chiedo dolcemente: un tango solamente, per far felice il cuor... In paese l'avevano soprannominata "Ortensia ta-cin-pun", come il suono degli strumenti che percuoteva.

I giovanotti tentavano di farle la corte, ma il padre, orchestrale pure lui, ne controllava ogni spostamento. Un ballo costava 10 centesimi; la pista aveva un'entrata ed un'uscita, ogni due balli Dino tirava la corda fissata all'entrata e faceva uscire tutti i ballerini; al loro rientro versavano il "ventino" di nickel. "Quegli anni finirono presto - riprende Giovanni - e con la guerra d'Africa vennero le sanzioni e l'autarchia. Ebbe inizio una grave crisi occupazionale, molti amici cercarono lavoro nell'Agro Pontino, altri a Bolzano, altri ancora in Germania. Partivano da casa in bicicletta: Valente arrivò con questo mezzo fino a Latina e vi rimase per qualche anno, altri si trasferirono a Bolzano e vi si stabilirono. Dalla Germania quasi tutti tornarono allo scoppio della seconda guerra mondiale. Ma in paese la miseria e la fame erano grandi. La nostra osteria fu sorteggiata per la preparazione del "minestrone" per i poveri. Fu costruito un focolare all'aperto dietro casa e mio padre tutte le mattine era impegnato a preparare e a cuocere in un grande paiolo di acqua, verdura, pasta e un po' di lardo. A mezzogiorno lo spettacolo era deprimente: i nostri amici, i nostri stessi parenti, in coda, con la pentola in mano, aspettavano il loro turno per portare a casa mezzo litro di minestra e una pagnotta per ogni due componenti della famiglia. Quanto a noi, se non fosse stato per quel lavoro, avremmo potuto chiudere l'osteria, come infatti avvenne di lì a qualche anno, alla vigilia della seconda guerra mondiale. Oggi ci rendiamo conto delle cause che hanno portato allo spopolamento dei nostri paesi, dopo l'alluvione del 1951, e riusciamo anche a capire come mai ci sia stata gente che non ha più voluto tornare neppure per una breve visita. L'idea di rivedere questi luoghi, dove tanto grande era stata la loro sofferenza, suscitava evidentemente un senso di rifiuto superiore a qualsiasi nostalgia".

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